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Giorgio Armani agli americani: NOte a latere

La situazione creata dall’emergenza COVID-19 sta avendo ripercussioni in moltissimi settori, non da ultimo la MODA. Ecco cosa ci dice Giorgio Armani.

I rappresentanti di questo magnifico campo hanno scorto il lato positivo della situazione: finalmente infatti hanno il tempo di fermarsi, riflettere sui progressi e sui regressi della Moda in questi ultimi anni, mettere a punto un piano per migliorarne il futuro.

Dopo l’emergenza Coronavirus il sistema moda cambierà radicalmente.

Giorgio Armani ha chiuso l’ultima Milano Fashion Week F/W 20/21 con una sfilata a porte chiuse.

Sempre Giorgio Armani ha aperto un dibattito sulla Moda post-Covid rivolgendosi al magazine americano WWD con una lettera aperta.

È come se avesse spento la luce in una stanza ormai vuota, senza spettatori e senza spettacolarizzazioni (ben lontano da come è stato finora) ed ha acceso i riflettori puntandoli verso uno spazio aperto, in cui le possibilità di rinascita e riorganizzazione sono nuove ed infinite.

Ha parlato da artefice di quella che era una Moda ispiratrice, co-autrice della nostra storia, e che ha dovuto assistere al modo in cui è stata volgarizzata, resa ridicola e superficiale da non addetti ai lavori prepotentemente ammessi nelle sue fila.

Ho letto e riletto la lettera di Giorgio Armani ed oltre ad essere d’accordo con il suo punto di vista ho maturato altre riflessioni che non posso fare a meno di condividere, nella speranza di ampliare la visione complessiva e contribuire a rendere migliore un settore che amo e ammiro profondamente.

Di seguito la lettera scritta da Giorgio Armani, con le mie note a latere.

“Scrivo questa lettera aperta a WWD, e in particolare a Miles Socha e ai suoi collaboratori Samantha Conti, Alessandra Turra e Luisa Zargani, in relazione l’ottimo pezzo “Will Flood of Collections Yield to Slower Fashion?” pubblicato ieri, 2 Aprile. Mi congratulo: la riflessione su quanto sia assurdo lo stato attuale delle cose, con la sovrapproduzione di capi e un criminale non allineamento tra stagione meteorologica e stagione commerciale, è coraggiosa e necessaria. Ne condivido ogni punto, solidale con le opinioni espresse dai miei colleghi. Sono anni che sollevo i medesimi interrogativi durante le conferenze stampa successive ai miei show, sovente inascoltato, o ritenuto moralista.

Il declino cominciato quando si è rincorso il fast fashion

L’emergenza attuale dimostra invece come un rallentamento attento ed intelligente sia la sola via d’uscita. Una strada che finalmente riporterà valore al nostro lavoro e che ne farà percepire l’importanza e il valore veri al pubblico finale. Il declino del sistema moda per come lo conosciamo è iniziato quando il settore del lusso ha adottato le modalità operative del fast fashion, carpendone il ciclo di consegna continua nella speranza di vendere di più, ma dimenticando che il lusso richiede tempo, per essere realizzato e per essere apprezzato.

Per Armani dunque “La moda ora deve rallentare il suo ritmo insostenibile”.

Anche secondo Marcus Wainwright di Rag & Bone è emersa “l’esigenza di tornare alle radici di cosa la moda potrebbe e dovrebbe essere, ovvero abiti realizzati con autenticità per durare nel tempo”.

Entrambi hanno identificato un punto fondamentale: il fattore “tempo”.

“Tempo” utile per operare una profonda riflessione e per farsi un’idea più chiara del quadro generale.

“Tempo” necessario per creare qualcosa di unico, eterno ed etereo, come dovrebbero essere le creazioni di moda.

“Tempo” come caratteristica del lusso e della moda, che nell’ultimo decennio è stato trascurato.

La furia di crescere, di andare sempre più avanti, sempre più in fretta, di fomentare il desiderio degli acquirenti, ha fatto perdere di vista proprio questo, che “le grandi cose richiedono tempo…”, e il lusso è una di quelle.

Nelle parole di Giorgio Armani e di Wainwright si coglie una nota di nostalgia.

Sembra praticamente inevitabile guardarsi indietro, al fasto della moda di poco più di un decennio fa, quando non contava la volgare spettacolarizzazione, quando gli stilisti creavano collezioni con l’obiettivo di trascendere i confini del tempo, al pari di opere d’arte, quando era importante la storia che i vestiti raccontavano, il lavoro delle persone che contribuivano a crearli, la capacità dei creativi di mettere in scena il futuro mediante le loro sfilate e di far sognare gli spettatori, che attendevano con ansia ed eccitazione le nuove proposte S/S e F/W.

Il declino del sistema moda non è attribuibile solo al fatto che il sistema lusso si sia adeguato alle modalità operative del fast fashion, ma che si sia abbassato alla logica dei social. 

Ha fatto si che l’essenza della Moda venisse definita attraverso un triviale algoritmo, andando così a depauperare la moda stessa della sua magia, poesia e del suo fascino.

Ora che è tutto subito in vetrina, che instagrammers ed influencers mostrano su Instagram in anteprima i trend delle stagioni successive, semplicemente è prevalso “l’impero dell’ovvio”. 

E l’ovvio porta inesorabilmente alla noia.

Questo è diventato la moda.

Una creazione di Armani, quando è disponibile in boutique, in realtà è già stata vista dal pubblico durante i 4 mesi precedenti in mille foto, su mille facce uguali (i cosiddetti visi da Instagram), con le stesse pose, gli stessi corpi, sullo stesso social. Ed è già stata imitata dalle varie aziende fast fashion. Per cui non appena  arriva in boutique risulta essere già vecchia, superata, obsoleta, scontata.

Il desiderio di “nuovo” è impellente, agognato ma se i social continuano a spoilerare, il nuovo è superato nel momento stesso in cui viene postato.

La moda era bella perché si faceva attendere, perché ci sorprendeva ad ogni collezione. 

Hanno dovuto aumentare le stagioni per soddisfare la voglia di novità delle persone, ma …

La novità si esaurisce alla velocità di pubblicazione di una foto: post, visual, like, boring, next one!

“Il lusso non può e non deve essere fast” ha scritto Armani. Ma è stato reso tale nel momento in cui le grandi case di moda hanno scelto di attribuire ai numeri di account digitali un valore oggettivo e distintivo. Maison come Armani, Chanel, Louis Vuitton non hanno bisogno di un algoritmo per generare desiderio. 

«Io non lavoro così, è immorale»

Il lusso non può e non deve essere fast. Non ha senso che una mia giacca o un mio tailleur vivano in negozio per tre settimane prima di diventare obsoleti, sostituiti da merce nuova che non è poi troppo diversa. Io non lavoro così, e trovo immorale farlo. Ho sempre creduto in una idea di eleganza senza tempo, che non è solo un preciso credo estetico, ma anche un atteggiamento nella progettazione e realizzazione dei capi che suggerisce un modo di acquistarli: perché durino.

Mentalità sbagliata, da cambiare

Per lo stesso motivo, trovo assurdo che in pieno inverno in boutique ci siano i vestito di lino e in estate i cappotti di alpaca, per il semplice motivo che il desiderio d’acquisto va soddisfatto nell’immediato. Chi acquista per mettere in armadio aspettando la stagione giusta? Nessuno o pochi, penso io. Ma questa spinta dai department store è diventata la mentalità dominante. Sbagliata, da cambiare. Questa crisi è una meravigliosa opportunità per rallentare e riallineare tutto; per disegnare un orizzonte più vero.

Niente di più giusto. Questa crisi consente di dire stop, check, reset and go! 

Si riparte da zero, si individuano e si eliminano, senza eccezioni, i fattori che hanno portato a questa situazione aberrante, e si ridisegna la Moda con la M maiuscola.

Basta spettacolarizzazione, basta sprechi

Sono già tre settimane che lavoro con i miei team perché, usciti dal lockdown, le collezioni estive rimangano in boutique almeno fino ai primi di settembre, come è naturale che sia. E così faremo da ora in poi. Questa crisi è anche una meravigliosa opportunità per ridare valore all’autenticità: basta con la moda come puro gioco di comunicazione, basta con le sfilate cruise in giro per il mondo per presentare idee blande e intrattenere con spettacoli grandiosi che oggi ci si rivelano per quel che sono: inappropriati, e se vogliamo anche volgari.

La moda in realtà è comunicazione. Comunicazione nel senso che attraverso la Moda ognuno di noi comunica il proprio Sé, diventando così una risorsa unica ed inestimabile in quanto mezzo di auto espressione e benessere mentale. 

Finora però è stata usata a meri fini di comunicazione pubblicitaria, il cui unico scopo è la crescita in termini di guadagni e di fama.

Quando la moda viene usata solo per pubblicizzare un prodotto o una persona, quando  viene usata per soli obiettivi marketing, quando i grandi marchi diventano mezzo solo per mostrare le possibilità economiche di alcuni, è lì che prevale la volgarità pura

Le collezioni cruise non erano che un modo per creare contenuti per chi da sé è senza contenuto, ma deve poter tenere le persone incollate agli schermi e competere per chi ha il voto migliore accanto l’immagine del profilo.

I viaggi che inquinano

Sprechi di denaro che inquinano e sono verniciate di smalto sul nulla. Eventi speciali devono succedere per occasioni speciali, non come routine. Il momento che stiamo attraversando è turbolento, ma ci offre anche la possibilità, unica davvero, di aggiustare quello che non va, di riguadagnare una dimensione più umana. È bello vedere che in questo senso siamo tutti uniti. Per il retail sarà una prova importante. Agli operatori americani della moda voglio mandare il mio più sentito incoraggiamento per le settimane difficili che dovremo affrontare. Uniti, ce la faremo. Ma dovremo essere uniti: questa è forse la più importante lezione di questa crisi.”

Il termine moda deriva dal termine latino modus, che significa norma, tempo, maniera ed è associato al concetto di cambiamento, novità.

Negli ultimi anni ne è stata volgarizzata l’essenza, quella che era la regina delle novità è stata resa sinonimo di noia e obsoleto.

C’è da riflettere  attentamente su ciò che è stato fatto e sui progetti per il futuro.

La Moda guarda all’essere, alla persona, deve comunicare il sé di ciascuno di noi, non deve omologare, ma deve far emergere le particolarità. 

Deve dar voce alle unicità presenti in ognuno di noi, dare espressione a ciò che siamo, alle mille sfumature che coesistono dentro di noi. 

Non è effimera e superficiale, come è stato veicolato finora, ma è profonda e portatrice di valori.

La moda non è solo apparenza, ma è un linguaggio che fa parlare la psiche e contribuisce a definire l’identità.

Dott.ssa Paola Pizza

A differenza dei contenuti dei social destinati all’oblio, la moda deve tornare ad essere eterna, trascendere i confini del tempo e dello spazio, deve contribuire a scrivere la storia, è qualcosa che deve essere creato per restare non per essere cancellato con un click. 

E di certo non ha bisogno di milioni di like per sapere chi è e cosa può fare.

Condividete il pensiero di Giorgio Armani?

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