Pretty Psycho Things

Editoriali

La noia: da Angelina Mango alla Fashion Week milanese

Anastasia Giangrande, psicologia della moda

È un’epoca strana quella che stiamo vivendo, a livello collettivo e individuale. 

Parlando per me, nonostante sia finalmente riuscita a scappare dall’Italia e ritrasferirmi all’estero, sto vivendo uno dei periodi peggiori della mia vita. Frustrazione, insoddisfazione, paura, morte, incapacità, immobilità personali si vanno a mischiare ad un clima generale di incertezze, inquietudine, guerra e recessione. 

Mi sono resa conto di utilizzare i social come mezzo di fuga da una realtà che si fa sempre più insostenibile. Fino a poco tempo fa lì ci trovavo la moda, o meglio, le immagini di moda. Che mi davano quell’excitement vitale che mi mancava, stimolavano in me interesse, creatività, mi ispiravano e spesso mi spingevano ad ampliare i miei interessi.

Durante la trascorsa MFW ho ricercato questa fuga e sapete cosa ci ho trovato: NOIA e PESANTEZZA. 

LA MODA CHE ANNOIA

È una moda che mi ha annoiata quella che ho visto: colori tutti uguali, forme tutte uguali, narrazioni tutte uguali. A volte erano le parole di qualche critico a rendermi la collezione un po’ più affascinante. Questa volta anche quelle parole mi sono arrivate con una banalità e una pesantezza senza fine. 

L’impressione che ho è che i designers non abbiano più niente da dire, da comunicare. Ormai hanno preso tutti i temi a noi cari, che tradotti in linguaggio social sarebbero “i trend”, li hanno spolpati  collezione dopo collezione, finché non li hanno privati di qualsiasi significato. Vedi la body neutrality, l’inclusività, la rappresentazione delle “diversità”, la sostenibilità, il femminismo…

E non hanno più niente da dire neanche critici e giornalisti, al di là delle solite sviolinate pro la qualsiasi. Utilizzano sempre le solite metafore, fanno a gara a chi conosce meglio la storia della moda e a chi riesce ad andare più filosoficamente in chiusura post. 

Per non parlare poi del generale clima di pesantezza ormai proprio della moda

Ma da quando per apprezzare un bell’abito bisogna conoscere le parabole artistiche-fenomenologico-esistenziali di chi lo ha ideato? Da quando dobbiamo essere tutte incredibilmente erudite su qualunque cavillo riguardante un brand? Da quando non si può parlare di Moda prima di aver conseguito 8 Phd in Fashion Everything? 

Posso dire? Mi mancano i temp in cui ero felice di sfogliare una rivista, osservare gli abiti e sentenziare senza criterio 

👆🏼“questo mi fa cagare; questo lo avrei cucito meglio io; questo è un’opera d’arte solo perché piace a me; questo è sfuggito ai controlli “decenza estetica” e si trova lì a caso”. 

Mi manca stare sulla superficie della moda, prenderla con ironia e simpatia, non affrontarla sempre come se fosse un esame determinante ai fini laurea di vita. 

SIAMO TUTTE FIGLIE ALLO STESSO ALGORITMO

Siamo tutte figlie allo stesso algoritmo, noi comuni mortali, le designer, le critiche e le giornaliste: i nostri gusti, le nostre scelte, i nostri interessi sono ormai determinati da lui.

Se penso che tutte vediamo le stesse immagini, gli stessi video mi sembra allora normale che tutti i brand propongano le stesse immagini, gli stessi stili, gli stessi abbinamenti. Un po’ ci piacciono perché assuefatte ad esse; un po’ ci annoiano perché sono diventate abitudinarie. E come ogni cosa cui si fa l’abitudine, alla fine neanche la si vede più. 

In effetti se guardiamo bene, l’unico ad aver conservato un barlume di innovazione e creatività è Giorgio Armani, che dubito trascorra sui social tutto il tempo che invece sprechiamo noi.

psicologia della moda, Anastasia Giangrande
Pic by IoDonna

C’è una diffusione di gusti, un appiattimento della creatività, una omologazione a tutti i costi cui forse (e spero) cominciamo a ribellarci.

Idem per le critiche e i tuttologismi poiretiani. Con i social siamo diventate tutte critiche e giornaliste moda; estremamente serie, tutte alla ricerca di un pubblico cui mostrare “quante ne sappiamo”, da cui ricevere il riconoscimento ufficiale di “fashion tuttologist”. E abbiamo cominciato tutte ad immolarci, a scavare sempre più in profondità, al fine di dimostrare che “la moda è molto più rispetto alla superficie”

Plot twist: abbiamo scavato talmente tanto che siamo arrivate alla roccia. 

SOLUZIONI PER RISALIRE

A questa perdita di consistenza della moda e alla noia mortale che essa veicola (soprattutto quella italiana) non ho una soluzione universale. Il suggerimento è sempre partire da noi, dalla consapevolezza e da quello che vogliamo. 

Io so che a me piaceva la moda più superficiale, con cui poter giocare e su cui poter scherzare senza prenderla e prendermi troppo sul serio. So che mi piace anche che la moda sia un mezzo di riflessione e introspezione, ma non con la serietà e la pesantezza degli ultimi tempi. So che gli abiti, i colori, le forme, le perline, gli accessori piacciono ai miei occhi e mi permettono di rilasciare dopamina estetica. Non c’è bisogno di ulteriori sovrastrutture allegoriche per questo. So che non mi piace che i miei gusti siano omologati, appiattiti e categorizzati. Nè tantomeno che siano plasmati da un codice alfa numerico. 

E so che qualsiasi emozione e sensazione, anche se non bella e che spegne, può essere utilizzata come motore energico per fare qualcosa di costruttivo. 

Io riparto da qui. E tu? Condividi nei commenti tutte le tue riflessioni, suggestioni e soluzioni. Niente niente ci inventiamo un nuovo modo di “fare moda”💓

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