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Il tempo soggettivo dell’eiaculazione precoce

psicologia, sessuologia, pretty psycho things

Che importanza diamo al temporalità? Quante volte il tempo è sinonimo di prestazione?

Pensiamo a tutte le gare sportive dove il risultato è legato, molto spesso, alla dimensione temporale; quindi ad una gara di atletica, ad una prestazione natatoria o ad una gara di equitazione.

Non solo lo sport, ma anche in molte dimensioni della vita quotidiana il tempo viene associato ad una prestazione; le frasi più tipiche: “ dobbiamo essere i primi sul mercato ad averlo”, “muoviamoci o faremo tardi”. Il famoso gomitolo del tempo, tanto per scomodare Henri Cartier-Bresson, si srotola in molti angoli della nostra esistenza scandendone il ritmo.

È giusto applicare la dimensione temporale, alle nostre emozioni e alla nostra vita intima/affettiva?

Domanda provocatoria, se si pensa che questo è stato fatto proprio nella classificazione nosografica dei disturbi mentali; infatti, proprio qui, si parla di disfunzioni legate all’eiaculazione, in termini di temporalità.

DURARE E SENSAZIONE DI VIVERE

Ma facciamo un passo indietro.

Per Peter Handke  durare si lega alla “sensazione di vivere”; altri, invece, si potrebbero nascondere dietro a questo tema riportando il loro disagio, la loro vergogna, la loro ansia ed il loro dolore. Durante il corso del XX secolo con l’acuirsi del culto della performance egolatrica è andata via via diffondendosi nel mondo occidentale quella che oggi è la principale disfunzione sessuale maschile: l’eiaculazione precoce o, come volgarmente spesso viene definita, il durare poco.

Alfred Kinsey, padre della sessuologia, vedeva nell’ejaculatio praecox non tanto una patologia da trattare, quanto più prevalentemente un indice di virilità. Come si è arrivati ad invertire questa visione e a frustrare il rapporto sessuale non solo con il concetto di performance, ma con una oggettivazione temporale? Soffermandoci da un punto di vista etimologico, l’utilizzo dell’aggettivo precoce non può che alludere inevitabilmente al concetto di temporalità sottendendo che vi sia un tempo giusto, maturo in cui eiaculare e uno, appunto, prematuro.

Difatti, la classificazione internazionale delle malattie (ICD-10) stabilisce un limite temporale di 15 secondi dall’inizio del rapporto sessuale dentro cui poter definire “precoce” un’eiaculazione. Ancora, il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM), che da circa 70 anni si sforza di categorizzare in chiave statistica ed oggettivante le malattie psichiatriche e i disturbi mentali,  nella sua quinta edizione definisce questa condizione come “una modalità persistente o ricorrente di eiaculazione che si verifica durante i rapporti sessuali, circa un minuto dopo la penetrazione e prima che l’individuo lo desideri” e utilizza come ulteriori specificatori di gravità tempi sempre più ristretti passando da una condizione lieve se entro 30-60 secondi, moderata se compresa tra 15-30 secondi e grave se l’eiaculazione avviene entro i 15 secondi. 

MIGLIORARE LA CLASSIFICAZIONE O AUMENTARE LA PATOLOGIZZAZIONE?

Ebbene si, la Bibbia dei disturbi mentali, classifica con criteri temporali, con la stessa temporalità che abbiamo visto essere legata spesso a  una dimensione performativa; quindi, ci verrebbe da chiedere se quello che si sta facendo è un tentativo di migliorare la classificazione oppure di aumentare la patologizzazione.

Eugenio Borgna affermerebbe che ogni clinico dovrebbe leggere almeno una volta il DSM per poi riporlo e non aprirlo più. Questo perchè dietro alla sterile categorizzazione della sofferenza umana non può essere colta la sua vertiginosa essenza ontologica. Ciononostante, emerge un dettaglio su cui, forse, bisognerebbe focalizzarsi prima di archiviarlo: “prima che l’individuo lo desideri”.

Difatti, in Sessuologia ciò su cui bisognerebbe porre l’attenzione non è la valutazione puntuale e temporale del raggiungimento dell’eiaculazione, bensì la comprensione se questa avvenga al di fuori della volontà o del desiderio della persona. Proprio dietro a tale comprensione è possibile cogliere il nucleo dell’eventuale disagio che la persona sta vivendo e che in un contesto dappico e performativo, come affermerebbe Guidano, farebbe fatica ad emergere acuendo in un circolo vizioso sentimenti di vergogna, inadeguatezza, ansia e frustrazione. Slegandoci, così, dalla dinamica temporale è possibile spogliare questa condizione dal peso del macrosistema nel quale può essere immersa per poterci finalmente affacciare alle camaleontiche dinamiche microsistemiche/relazionali nelle quali ha preso forma. 

ACCEZIONE MODERNA DELL’EIACULAZIONE PRECOCE

Dunque, l’eiaculazione precoce nella sua accezione più moderna e dignitosa potrebbe essere definita come la difficoltà o incapacità da parte dell’uomo nell’esercitare il controllo volontario sull’eiaculazione, sia che questa avvenga in 20 secondi o in 3 minuti. Poco importa, se ciò rientra nella sfera di desiderio della persona e le permetta di godere a pieno della sua sessualità senza esserne soggiogata in un atto scandito dal tempo.

Tempo che qui riporta ancora sulla dimensione performativa e patologizzante distogliendo il clinico dalla domanda più importante: che significato ha questa maniera di vivere la sessualità, in questo momento storico, per l’individuo?

Handke sostiene che “Il canto della durata è una poesia d’amore. (..) E questo amore ha la sua durata non in qualche atto, ma piuttosto in un prima e in un dopo, dove per il diverso senso del tempo di quando si ama, il prima era anche un dopo e il dopo anche un prima.”

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